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Bateson model

Bateson model
Gregory Bateson è un pensatore eclettico che attraversa tutto il novecento
(1904-1980) e la sua formazione scientifica iniziale parte dalla biologia (il padre
era un importante biologo) per proseguire con l’antropologia per interessare e
condizionare pesantemente poi ambiti importanti della filosofia, in particolare
l’epistemologia, la cibernetica e la psicoterapia.
Partendo dalla sintesi del pensiero batesoniano come lui stesso l’ha esposto nella
sua ultima conferenza tenutasi in Inghilterra, e cioè che un qualsiasi sistema
composto da più elementi, il fattore che identifica il sistema stesso non si riduce e
non può essere ridotto ai singoli componenti ma alle relazioni che questi
intrattengono l’uno con l’altro. Nell’esempio della mano, quindi, la mano stessa non
viene identificata per le cinque componenti definite dalle dita, ma dalla relazione
che unisce le dita l’una all’altra: e dunque sono quattro le relazioni e non cinque.
Ciò significa dire anche che la mano esiste come mano non per gli oggetti di cui è
composta – le cinque dita – ma per come quegli oggetti sono in connessione tra
loro, e in particolare dalla possibilità che il pollice ha di opporsi alle altre quattro
dita della mano. Per cui la mano è una mano perchè esiste una quadri-relazione
del pollice con le altre dita che permette alla mano di fare e essere una mano.
La struttura che connette e identifica un sistema è proprio la relazione. Io esisto in
quanto sono in relazione con gli altri, o con il mondo e l’altro esiste perchè è in
relazione con me.
Questo spostamento dalla forma al processo è un salto epistemologico
particolarmente interessante. Significa spostare l’attenzione, per esempio in campo
diagnostico, dalla struttura, la forma appunto, alla relazione che tale struttura
intrattiene con il contesto in cui è immersa, cioè il processo per cui quella struttura
agisce e fa quel che fa o è quel che è. Se da osservatore descrivo una anomalia,
una patologia del sistema vivente, non mi concentro più sulla sola struttura, sulla
forma, ma indago il processo, ossia sposto l’attenzione sulla relazione che pone in
connessione il sistema al suo ambiente. Lo vedremo più avanti come tale concetto
sia di estrema importanza, specie in campo terapeutico, ma anche in ambito
conoscitivo in generale.
Un altro punto interessante incluso nel pensiero di Bateson è quello che vede
qualsiasi modello interpretativo della natura come un processo stocastico.
Partendo dal dato incontrovertibile che la natura ha una struttura complessa e che
non può essere definita in maniera puntuale e definitiva, e quindi oggettiva, arriva
alla conclusione che noi possiamo prendere una mira che coinvolge tutto il nostro
essere e che per tentativi si conclude con la strutturazione di una mappa che cerca
di descrivere un territorio, la natura appunto nella quale siamo obbligatoriamente
immersi.
Per Bateson la natura non è misurabile ma ci si può avvicinare e la si può
comprendere solo attraverso processi di tipo stocastico: perchè la misura non è
della natura, non gli appartiene, ma è un processo umano è una componente
culturale dell’uomo, è una modalità descrittiva, linguistica e dunque un prodotto
dell’uomo una sua derivata e non una proprietà intrinseca della natura.
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Quando noi descriviamo la natura, la sottoponiamo a delle leggi matematiche, a
delle regole logiche, questa rappresentazione non è però la natura, ma è la faccia
che noi abbiamo costruito della natura: è appunto la rappresentazione umana
della natura.
Un altro concetto interessante di Bateson è quello che viene identificato con il
termine di doppio legame. In particolare all’interno delle relazioni familiari e/o
affettive in genere, il doppio legame, svolge un ruolo di fattore patogenetico che
può spiegare in parte alcuni disturbi come la schizofrenia.
In sintesi il doppio legame si manifesta quando un elemento della relazione
afferma una cosa ma con il paraverbale la sconfessa: per esempio quando la
madre dice al figlio di volergli molto bene, ma contemporaneamente assume un
atteggiamento paraverbale e posturale che nega tale affermazione, o quanto meno
la contraddice in parte. Il figlio che vive questa relazione ambigua e contraddittoria
non riesce a definire il comportamento della propria madre che dice una cosa e
allo stesso tempo manda altri messaggi e atteggiamenti che veicolano proprio il
contrario di quanto affermato.
Vediamo ora come il modello batesoniano ci permette di vedere come reagiamo a
livello di pensiero e quali sono i presupposti che determinano delle risposte in ogni
essere umano: andiamo cioè a vedere i modelli di pensiero tipici dell’approccio
alla realtà di Bateson.
Consapevole che ogni modello in sé è tautologico, cioè è capace di autospiegarsi,
ha messo in evidenza che in relazione alla vita e al mondo della vita tale modello
può fornire delle risposte assolutamente diversificate, talvolta anche errate,
nonostante la logica sopra cui sono edificate sia ineccepibile e coerente. La logica
in sé non porta alla verità perchè è un modello che fornisce delle conferme che
appartengono al nostro mondo culturale e in certi casi tali conferme coincidono con
il mondo biologico quindi la mappa che la logica ci fornisce rende maggiormente
agibile il territorio che stiamo praticando.
Dalla prospettiva in prima persona la mappa costruita con il modello di pensiero
fondato sulla logica diventa il territorio, perchè su quella mappa e con quella
mappa l’uomo si adatta più o meno armonicamente con il mondo in cui è immerso.
Da una prospettiva in terza persona, cioè da osservatori esterni al sistema, quella
stessa mappa non può assolutamente rappresentare il territorio, anzi è e rimane
sempre una semplice rappresentazione, una costruzione culturale. Il ponte che
unisce comunque la mappa che ciascuno si costruisce con il territorio che pratica
viene sempre e solo gettato e alla fine percorso nel corso della relazione: in quella
situazione nella quale il soggetto si connette con il mondo, cioè tutte le volte in cui
esegue una qualsiasi esperienza di conoscenza.
La mappa rappresenta la conoscenza che obbliga! è la mia rappresentazione, il
mio pregiudizio del territorio. Ma è anche la strategia che permette di praticare
quel determinato territorio.
Bateson assieme ad altri scienziati nel centro fondato proprio da lui, il Mental
Recherch Istitute, ha messo a punto a livello teorico quelli che sono stati i principi
base della seconda cibernetica.
La definizione della prima cibernetica, i cui principi poi sono stati utilizzati per la
costruzione del computer, sviluppata da scienziati come Warren McCulloch,
Gordon Pask, Ross Ashby, Heinz Foerster, Norbert Wiener, è fondata sul concetto
di retroazione e di controllo del sistema sia esso di tipo biologico che artificiale. Le
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risposte in uscita al sistema – sistema che viene considerato come una scatola nera
munita di ingresso e di uscita – vengono riportate in ingresso in modo tale che le
loro variazioni in eccesso o in difetto possano essere elaborate in modo da
riportate il segnale in uscita entro un determinato range prestabilito. La prima
cibernetica, dunque, parla dei sistemi di controllo e di autocontrollo.
Con la seconda cibernetica, invece, si introduce il concetto dell’osservatore che
osserva l’oggetto osservato e proprio in questa relazione il primo termine non può
prescindere da come è fatto, da qual è la sua struttura.
Essendo un fondatore della cibernetica Bateson è stato particolarmente attento
all’informazione, a cosa è l’informazione e soprattutto cosa rappresenta
l’informazione. Secondo lui l’aspetto che caratterizza l’informazione è la differenza.
Kant già nel Settecento aveva capito che in un pezzetto di gesso vi sono milioni di
fatti, ma pochissimi di essi diventano attuali: quasi tutti non producono nessuna
differenza. Nel linguaggio della moderna teoria dell’informazione, si può dire che
l’informazione è una differenza che produce una differenza e che tra le infinite
differenze immanenti in questo gessetto pochissime diventano informazioni. C’è il
fatto che questo gessetto è a Londra e pertanto differisce da un altro gessetto che
si trova a New York. Ma questa non è una differenza efficace, che produca cioè
una differenza. Non entra in un sistema di elaborazione dell’informazione. Mentre
quello che produce differenza è ciò che il gessetto può scrivere sulla lavagna.
Questo è fondamentale per la nostra concezione della vita, per la nostra
concezione della morte. è fondamentale certamente per la religione.
Quindi cogliere una differenza che fa differenza è molto importante in ambito
terapeutico. Ad esempio mettere in evidenza una ridondanza, un qualcosa che si
ripete nel tempo, un comportamento, una frase, un aggettivo, un atteggiamento da
parte del paziente indica che quell’iterazione è un aspetto importante della propria
vita e quindi è un fattore da prendere in considerazione dal punto di vista
terapeutico.
Non saper cogliere le differenze che fanno differenza significa perdere delle
opportunità diagnostiche, oppure considerare le differenze che non fanno
differenza ci sviano l’attenzione da quei punti che invece potrebbero essere più
importanti portandoci così fuori strada, facendoci commettere degli errori o
comunque perdere molto tempo utile.
Da questo concetto di saper discriminare le differenze si può ricavare un grande
principio terapeutico che è quello di saper cogliere da un piccolo particolare o
dettaglio presente nella persona che si ha di fronte i presupposti che possono aver
generato e favorito proprio quel particolare.
La percezione opera solo sulla differenza. Ricevere informazioni vuol dire sempre e
necessariamente ricevere notizie di differenza, e la percezione della differenza è
sempre limitata da una soglia. Le differenze troppo lievi o presentate troppo
lentamente non sono percettibili: non offrono alimento alla percezione. Per
produrre notizia di una differenza, cioè informazione, occorrono due entità (reali o
immaginarie) tali che la differenza tra di esse possa essere immanente, cioè insita
alla loro relazione reciproca.
Vi è un problema profondo e insolubile a proposito della natura di quelle “almeno
due” cose che tra loro generano la differenza che diventa informazione creando
una differenza. E’ chiaro che ciascuna di esse, da sola, è per la mente e la
percezione una non-entità, un non-essere. Non è diversa dall’essere e non è
diversa dal non-essere: è un inconoscibile, una Ding an sich, il suono di una mano
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sola.
Gregory Bateson
Secondo Bateson, quindi, non è possibile conoscere una realtà senza una
relazione, perchè è come pretendere di ascoltare e sentire il suono del battito di
una mano sola: non esiste una tale evenienza anche perchè la condizione
essenziale di ogni essere vivente è quella di essere obbligatoriamente immerso
nel mondo e comunicare, relazionarsi, con esso.
Per capire quanto sia importante la relazione in ogni aspetto della vita ci si può
servire di un famoso quadro di Magritte: quello dell’uomo con la mela sospesa
davanti agli occhi.
Probabilmente la monoidea del personaggio del quadro può essere interpretata
anche come un qualcosa che non si riduce o non è solo quello che appare e si
mostra nella sua evidenza, cioè una mela verde, ma anche come una mela buona,
appetitosa. La prima caratteristica, quella di essere una mela verde, implica una
descrizione condivisibile, anche in terza persona, senza che ci sia una preventiva
interferenza, una relazione che mi colleghi direttamente e fisicamente con quella
mela. Ma per dire e condividere il giudizio di una mela buona e appetitosa devo
necessariamente averla assaggiata, devo obbligatoriamente passare per una
relazione in prima persona con la mela stessa: solo dopo aver dato un morso ho la
possibilità di affermare che quella mela è buona.
In questo caso il giudizio sull’ipotetica bontà della mela passa tassativamente per
un’esperienza diretta e fisica con la mela, mentre l’esperienza estetica che descrive
l’aspetto cromatico della mela non necessita di questa relazione intima e fisica con
l’oggetto di conoscenza.
In ambito terapeutico dire che un paziente è sano o malato è una facoltà descrittiva
che può quindi venir applicata seconda due modalità differenti: o tramite la
modalità “verde” o attraverso quella “buona”. Significa dire che posso fare una
diagnosi dello stato di una persona basandomi sui segni esterni che il soggetto
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presenta: la sua “verdità”; oppure possono arrivare a dire un qualcosa di lui dopo
aver intrapreso un percorso nella quale si stabilisce un certo tipo di relazione che
mi permette di scoprire la sua “bontà”.
Nel dubbio conviene sempre tralasciare la prima modalità e partire dalla
condizione pregiudiziale che il paziente che si ha di fronte è intelligente e buono
perchè così facendo si favorisce un percorso di cambiamento possibile tra i tanti
che altrimenti verrebbero alienati. Primo perchè il terapeuta si pone in un
a tte g g i ame n to amo re vo l e ri sp e tto a l p a zi e n te , se co n d o p e rch è ,
costruttivisticamente, non esiste una condizione malata o deviata ma piuttosto una
prospettiva che porta il soggetto ad un comportamento disarmonico e scompensato
col mondo. Per identificare tale punto osservativo della persona è necessario
instaurare una relazione con il soggetto e fargli vivere delle emozioni che lo
spostino dalla sua inerziale e statica visione del mondo.
Mi posi un problema cruciale: che cosa passa dal territorio alla mappa? La
risposta a questa domanda era ovvia: ciò che passa sono notizie di differenze e
nient’altro. I dati primari dell’esperienza sono differenze. Con questi dati noi
costruiamo le nostre ipotetiche (sempre ipotetiche) idee e immagini del mondo
“esterno”.
Gregory Bateson
Pertanto il terapeuta potrà lavorare solo ed esclusivamente sulle idee che il
paziente ha sul suo passato, sul presente e sul proprio futuro: agire sulle idee
significa interferire sul punto prospettico che il soggetto ha di una determinata
cosa. Lavorare sulle idee permette di variare la mappa di un territorio che il
soggetto vive per esempio in senso problematico, o conflittuale. Variare la mappa
implica una variazione del significato attribuito a quel determinato territorio su cui
agisce: diventa allora, per il paziente, un altro territorio perchè la mappa è
cambiata.
L’azione terapeutica che noi professionisti cerchiamo di eseguire con i nostri
pazienti si fonda quasi esclusivamente nella possibilità di concretizzare una certa
trasformazione e metamorfosi delle parole, quelle portate sia dal soggetto che
quelle dette dal terapeuta, in immagini.
…Tra le parole e le cose regna una frattura variabile e misteriosa analoga alla
frattura altrettanto variabile e misteriosa che separa le immagini dalle cose…
Magritte
Le parole e le cose sono ciò che la persona mi dice e quello che fa nella propria
vita, mentre le immagini e le cose sono ciò che io terapeuta gli suggerisco (nel
rapporto terapeutico) di vedere, di percepire e fare secondo una nuova prospettiva
innestata nella sua vita presente. Allora la magia terapeutica consiste proprio nel
trasformare le parole in immagini e le immagini in parole, saper ricombinare questi
processi linguistico-sensoriali: vuol dire fornire alla persona la penna adatta per
riscrivere una nuova mappa di quel territorio divenuto sconosciuto o pericoloso, ma
che in quel preciso momento storico è obbligato a percorrere.
Concedere a priori bontà e intelligenza al paziente che abbiamo di fronte comporta
accettare anche l’implicita condizione che il soggetto, se si presenta per un
rapporto di aiuto, ha tentato altre soluzioni che però non sono state sufficienti o non
hanno portato alla risoluzione o al cambiamento desiderato della situazione. Saper
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riconoscere l’intelligenza della persona permette di capire i vari tentativi di
risoluzione e di cambiamento intrapresi dal soggetto.
Ma questa comprensione non si ferma alla semplice facoltà di catalogazione delle
azioni e dei comportamenti, cioè non è un semplice lavoro tassonomico, ma
consente al terapeuta di spostarsi ad un livello logico superiore nel quale
inquadrare la dinamica relazionale che il paziente intrattiene con il mondo, nonché
con il terapeuta stesso. Sta nella relazione terapeutica centrata su questi
presupposti innescare quei processi di perturbazione che spingono la persona a
spostarsi dalla statica posizione in cui si trova, per trovare altri punti d’osservazione
che saranno alla base del cambiamento di stato.
Non è il terapeuta che vede, sente interpreta e fornisce una visione “altra” della
situazione (cioè non confeziona un pacchetto risolutorio frutto della sua personale
visione di quel specifico problema), ma è la relazione tra lui e il paziente che
consente un salto di livello logico – salto che coinvolge tanto il terapeuta quanto il
paziente – ossia il raggiungimento di un punto osservativo meta che rende visibile
l’intero sistema nel quale il soggetto stesso è immerso. Al paziente viene concessa,
allora, l’esperienza dissociativa per una visione esterna di se stesso nella
relazione con il mondo e, in particolare, con quell’oggetto di conoscenza che è
fonte di conflitto.
Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e
tutti e quattro con me? E me con voi?
Nella mia vita ho messo la descrizione dei bastoni, delle pietre, delle palle da
biliardo e delle galassie in una scatola … e li ho lasciati lì. In un’altra scatola ho
messo le cose viventi: i granchi, le persone, i problemi riguardanti la bellezza…
Un organismo vivente è un sistema auto-organizzantesi, cosa che significa che il
suo ordine non è imposto dall’ambiente ma è stabilito dal sistema stesso. In altri
termini, i sistemi auto-organizzantisi manifestano un certo grado di autonomia.
Ciò non significa che siano isolati dal loro ambiente; al contrario, essi interagiscono
continuamente con esso, ma non è questa interazione a determinare la loro
organizzazione; essi si auto-organizzano.
Ogni organismo vivente è un sistema auto-organizzantesi e autonomo: in sintesi è
un sistema autopoietico che si autocostruisce e si mantiene da sé senza il bisogno
di informazioni provenienti dall’ambiente in cui vive che lo istruiscano. Ma la sua
struttura, però, è in connessione con il mondo, è cioè strutturalmente accoppiato
con l’ambiente dove opera: infatti interagisce attraverso una relazione specifica che
è la conseguenza della propria struttura. Agiamo e operiamo nel mondo in
funzione di come siamo fatti: ci sarà infatti una modalità umana di connessione
mondana, una canina per i cani, una batterica per i microrganismi, et.
Quindi noi terapeuti non possiamo istruire direttamente la configurazione
organizzativa del nostro paziente, ma attraverso la sua struttura – con la quale
possiamo interagire per mezzo del linguaggio e dell’afferenza somatosensoriale –
abbiamo la possibilità di perturbare l’omeostasi della persona, possiamo cioè
creare delle condizioni esperienziali nella quale le afferenze verbali e cinestesiche
sono il veicolo e lo spunto per mettere in moto i processi personali che
interferiscono con l’organizzazione interna della persona.
Attraverso un’operazione culturale, ossia mediante l’atto terapeutico linguistico e
cinestesico, noi terapeuti abbiamo la facoltà di interagire indirettamente a livello
biologico con il sistema organizzativo interno del soggetto, agendo però ad un
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livello logico superiore nel quale il paziente è inserito e dentro il quale vive la
propria vita. Ma per fare tutto questo necessitiamo di una relazione con il paziente
dove si ha la possibilità di trasformare le parole (del paziente) in immagini e
viceversa, e il risultato finale sarà quello di generare una perturbazione e
un’interazione sulla relazione che il soggetto intrattiene con il mondo in cui è
immerso.
Bisogna insomma considerare l’ecologia, il sistema relazionale nella quale il
paziente si muove e opera. Mediante un’analisi linguistica condotta nella vita
presente del paziente e riagganciata ad un evento significativamente attinente del
suo passato, si esegue una formulazione per immagini di quello che potrebbe
essere un ipotetico futuro: così si interagisce con il sistema organizzativo interno e
con l’omeostasi della persona in terapia.
Questo processo terapeutico potrebbe essere riassunto con la riconquista e
l’applicazione di quella capacità e abilità da parte del paziente di poter osservare
con occhi ingenui del fanciullo ogni evento della vita, ma di elaborare mentalmente
quegli stessi eventi con gli strumenti dell’adulto così da poter costruire un futuro
nella quale la soluzione praticabile e praticata è il risultato di una scelta condotta
su un ventaglio di più opzioni possibili. Si tratta di far vedere al soggetto il mondo
con quella testa di adulto che si ritrova dopo però aver osservato lo stesso mondo
attraverso gli occhi ingenui e apregiudiziali caratteristici del bambino.
Riuscire in questa impresa terapeutica consente alla persona di staccare il filtro
critico della conoscenza che obbliga, significa applicare una sospensione di
giudizio rispetto ad ogni evento della vita diventando permeabili alle esperienze
che solitamente verrebbero categorizzate come ovvie e scontate perchè già
catalogate e incasellate nel vissuto empirico e quindi prive di interesse conoscitivo.
Ma applicare l’epochè, la sospensione di giudizio, offre alla persona una mobilità
prospettica nei confronti dell’evento conoscitivo che è alla base di ogni
cambiamento di stato mentale.
Ma osservare con gli occhi del fanciullo vuol dire anche vestirsi di ingenuità
intelligente che è la condizione indispensabile per creare nuove relazioni con gli
altri e il mondo in genere. Ingenuità significa non porre barriere rispetto al nuovo,
ma predisporsi recettivamente a qualsiasi tipo di incontro che la nostra obbligata
immersione nel mondo costantemente ci sottopone.
Partendo dalla visione che considera l’ingenuità come quella condizione in cui ci si
trova senza risposte perchè se ne costruiscono così tante che la scelta tra i vari
possibili diventa impegnativa, si capisce come un soggetto che presenta una
qualsiasi problematica che lo fissa in un’unica prospettiva osservativa manchi
completamente di tale abilità connettiva con il mondo.
Più si è ingenui nella relazione maggiori sono i punti osservativi e quindi i
significati che possiamo addurre a quell’evento, pertanto maggiori saranno le
scelte di apprendimento e di adattamento che si avranno rispetto a quella
determinata esperienza. Essere intelligenti, praticare cioè l’ingenuità come
connessione col mondo, significa avere più strategie rispetto ad un unico obiettivo:
vuol dire creare tanti mondi possibili dello stesso evento conoscitivo.
Visto dalla parte del terapeuta l’applicazione dell’intelligenza ingenua viene
soddisfatta quando si è in grado, nell’ascoltare l’altro, di stupirsi e di mettere quindi
in evidenza le risorse del paziente. Non ci si concentra sul disagio esposto dal
paziente, ossia si evita l’errore invischiante dell’analisi del problema, la
focalizzazione sulle cose che non vanno e non funzionano: questi sono aspetti che
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il paziente conosce perfettamente e a mena dito. Altra cosa, invece, è far risaltare a
noi terapeuti e alla persona stessa quali sono i punti di forza, le abilità e le capacità
che sicuramente possiede, ma che magari lui non sà di possedere.
Nella filosofia zen e buddista in genere la capacità e l’utilizzo dell’intelligenza
ingenua viene sistematicamente e metodologicamente applicata in ogni atto
cognitivo, tant’è che nella filosofia orientale la modalità di connessione con il
mondo è di tipo contemplativo: ossia di quella facoltà di osservare in maniera
apregiudiziale ogni cosa che si incontra nella vita.
L’incontro con l’altro, con l’alterità intesa come un qualcosa diverso da me stesso,
tutto ciò che non sono io, viene svolta con una sistematica sospensione di giudizio.
Si osserva ciò che ci sta di fronte senza applicare nessuna significazione specifica
a quell’evento, ci si immerge nello spazio conoscitivo girando attorno al centro/
oggetto osservandolo da ogni punto prospettico possibile, in una visione
panoramica a 360 gradi. Non ci si sofferma e non si stabilisce a priori una
prospettiva unica o bipolare (tipica della mentalità occidentale) ma si scorre in una
visione vaga e ambigua che lascia spazio ad ogni possibile interpretazione perchè
non viene fissata in un’unica, o tutt’al più duale prospettiva che oggettivizza e
cristallizza monoliticamente un significato a quell’esperienza di realtà.
In Mente e Natura Bateson individua i sei criteri che un sistema deve avere per
essere qualificato come mente:
1. Il sistema agisce attraverso differenze.
2. Il sistema è formato da parti collegate da canali attraverso i quali vengono
trasmesse le differenze.
3. Il sistema dispone di un’energia collaterale.
4. Il processo mentale «dipende da catene di determinazione circolari e più
complesse» (Mente e Natura). Queste catene fanno sì che il sistema sia
autocorrettivo nella direzione dell’equilibrio o dell’instabilità.
5. Gli effetti della differenza devono essere considerate come trasformate
(versioni codificate) della differenza che li ha preceduti. Questa è una
conseguenza del fatto che la mappa non è il territorio, pertanto nella mente
non si avrà mai il territorio, la cosa in sé, ma solo mappe di mappe.
6. La descrizione e la classificazione di questi processi di trasformazione
rivelano una gerarchia di tipi logici immanenti ai fenomeni.
La mente deve operare sulla base di livelli diversi, quando la discriminazione tra i
livelli di comunicazione è distorta o confusa ne derivano paradossi.
In questo esacalogo nella quale Bateson definisce i punti che identificano il
concetto che lui si è fatto della mente, viene ripreso un lavoro fondamentale svolto
dal matematico e filosofo inglese Bertrand Russell: ossia quello delle leggi che
definiscono e regolano il comportamento dei livelli logici.
Anche la mente, secondo Bateson, agisce e si sviluppa seguendo e sottostando
alla legge dei livelli logici e il mancato rispetto di queste leggi crea paradossi e
problemi che alla fine si ripercuotono negativamente sulla mente stessa. Quando si
mette in evidenza delle differenze di differenze, che sono poi le informazioni utili
che l’uomo viene e si trova ad utilizzare per discriminare se stesso rispetto al
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mondo, devono essere estrapolate dallo stesso livello logico, devono cioè
appartenere allo stesso insieme biologico, culturale, linguistico nel quale si sta
agendo come soggetti.
Per capire facciamo l’esempio del paradosso di Epimenide il cretese.
Il paradosso di Epimenide il cretese annuncia che: “tutti i cretesi sono bugiardi”.
Allora, se Epimenide dice il vero i cretesi non sono tutti bugiardi perchè lui è un
cretese verace; mentre se dice il falso non può affermare che tutti i cretesi sono
bugiardi, ma dovrebbe mentire affermando l’esatto contrario.
In sostanza quando dice il vero la proposizione è falsa, mentre se dice il falso la
proposizione è vera. È il paradosso, appunto.
Come Russell e Whitehead insegnano, per non cadere nel paradosso bisogna
distinguere bene i livelli logici e mantenerli sempre bene separati.
Una regola fondamentale della logica russeliana afferma che: “un sistema che
raggruppa un insieme di elementi non può essere specificato mediante una
componente dell’insieme stesso”. Se il menù è l’insieme tipologico che raggruppa
tutte le pietanze disponibili, la lista del menù non può essere ridotta e spiegata con
un elemento del gruppo, cioè con una semplice pasta alla matriciana: anche
perchè la pasta la puoi mangiare, il menù, di solito, è meglio solo leggerlo e
consultarlo.
Il caso del paradosso di Epimenide si risolve applicando le regole della tipologia
logica di Russell. Infatti, l’insieme che comprende tutti gli elementi del paradosso è
dato dai cretesi, ma sono anche le componenti dell’insieme stesso. C’è la
confusione tra l’insieme e l’elemento del gruppo: sono, cioè, della stessa categoria.
L’insieme dei cretesi viene specificato con uno degli elementi che compongono
l’insieme stesso: da lì nasce il paradosso. È sufficiente classificare Epimenide
come un europeo – cioè con un livello logico superiore agli elementi in esame – che
il paradosso immediatamente si dissolve.
In ambito terapeutico spesso accade di confondere livelli logici differenti nel
tentativo di trovare una diagnosi o una modalità di ingresso per iniziare il processo
di cambiamento. Talvolta succede anche che la confusione dei livelli, o la mancata
identificazione degli stessi non permetta di inquadrare la situazione relazionale
all’interno della quale il paziente opera e agisce.
Per esempio, se un paziente viene in consultazione per un problema specifico, la
mancata applicazione dell’intelligenza ingenua che fornisce uno sguardo
contemplativo della scenografia relazionale dove il soggetto recita la sua
esperienza di realtà conflittuale, può condurci al facile errore di focalizzare la
nostra attenzione sullo spazio d’azione relazionale ad un livello logico inferiore,
livello in cui non si trovano le motivazioni o i fattori che spingono la persona ad
interpretare e a significare quell’evento esperienziale secondo una modalità
problematica.
Per trovare questi possibili fattori scatenanti si deve cambiare di livello, si deve
salire di categoria verso un insieme più ampio che inglobi altre relazioni e
connessioni tra paziente e mondo. Perchè bisogna ricordare che la legge
universale da cui dobbiamo sempre partire è che ogni problema nasce sempre e
comunque da una relazione con un oggetto di conoscenza. Per poter essere
perturbativi, e quindi terapeutici, è necessario saper individuare in quale livello
relazionale il paziente sta vivendo una esperienza conflittuale.
Per capire meglio come funzionano i livelli logici facciamo un esempio ricorrendo
alla rappresentazione delle matriosche, ossia delle bambole russe una interna
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all’altra. La bambola più piccola rappresenta una singola azione, ad esempio la
flessione del ginocchio destro. La bambola successiva, che ovviamente ingloba
anche la più piccola, è il comportamento, cioè il livello logico superiore con
l’insieme delle azioni che configurano la flessione e l’estensione degli arti inferiori
finalizzato, per esempio, alla camminata. Infine l’ultimo livello comprende la
strategia che utilizza la bambola precedente dei comportamenti per uno scopo più
esteso, ossia l’uso della camminata per eseguire una maratona.
La stessa suddivisione in livelli si può applicare non solo per come le cose
vengono svolte, ma sulle motivazioni per cui queste cose sono fatte e praticate
nella vita. L’ulteriore gerarchia prevede sempre livelli inferiori racchiusi in livelli più
ampi.
Per specificare meglio, il livello base di questa gerarchia, è rappresentato dalle
convinzioni: credo che la musica renda felici le persone. Quando si afferma che è
un valore fondamentale avere il senso della musica per stare assieme agli altri,
invece, siamo ad un livello superiore, che ingloba le convinzioni: infatti siamo sui
valori. Infine, affermare che la musica è tutto ciò che conta nella propria vita si è
oltre il valore, si passa di livello per andare in una categoria più estesa, ossia nella
missione, allo scopo della propria vita.
L’identità che ognuno di noi descrive va a pescare in qualcuna di queste
matriosche: per esempio una persona potrebbe identificarsi con la bambola che
rappresenta le sole convinzioni e vivere applicando semplicemente quelle, senza
sentire il bisogno di valori o missioni particolari. Altre persone, invece, trovano la
loro identità con la bambola dei valori che racchiude anche quella delle
convinzioni, e così via.
Questa suddivisione in livelli permette una discriminazione fondamentale rispetto
al comportamento e all’agire della persona che ci consulta. Infatti mantenere
separati i livelli, considerarli in maniera distinta vuol dire dare un significato a
quella specifica bambola e non a un’altra. Se uno compie una determinata azione
non possiamo automaticamente passare ad una interpretazione e considerarla un
comportamento di un certo tipo, perchè passeremo ad un livello logico superiore
che non gli appartiene. Per analizzare quell’azione dobbiamo rimanere nel suo
livello logico senza tirare delle conclusioni che non sono racchiuse in quel livello.
Allo stesso modo se la persona inizia a confondere livelli logici differenti insorgono
dei paradossi che sfociano in un problema di identità, il soggetto non riesce e non
riconosce più come valida la mappa che sta usando per praticare un determinato
territorio. Confondere valori con convinzioni o scopi di vita con convinzioni può
essere la causa di determinati problemi esistenziali che portano le persone a
consultare il terapeuta.
La differenza della differenza di cui si parlava sopra è la dinamica che si sviluppa
tra livelli diversi, tra le varie bambole, e tra una e l’altra bambola si conformano
quei contorni che portano all’identificazione di un livello, cioè l’identità della
persona rappresentata mediante le sue convinzioni, dai suoi valori o dai propri
scopi. Fare terapia, allora, significa dare la possibilità alla persona di uscire dal
contesto problematico e osservare dall’esterno la relazione che lo unisce
all’oggetto di esperienza vissuto conflittualmente: questo comporta la ridefinizione
dei contorni del livello logico in cui sta operando e quindi poter dare il significato
che gli compete senza confonderlo con significati che sono di pertinenza di un
livello logico diverso e superiore.
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Il confine è il luogo del contatto specifico tra interno ed esterno, un meccanismo di
cuscinetto a due facce, una rivolta verso l’organizzazione intrinseca del sistema, se
stessi, l’altra verso l’ambiente, gli altri, che proprio perchè si presenta così può
mettere in comunicazione reciproca ambiti che tuttavia restano separati nella loro
specifica determinazione.
Le terre di confine come terre di dialogo sono sia elementi di separazione (linea di
demarcazione), sia tratto di unione di ambienti diversi.
Le terre di confine sono un diaframma, la struttura che connette situazioni, ambiti
ed enti differenti: enti che comunque rimangono distinti e organizzativamente
separati.
I confini sono il luogo dove avvengono le esperienze, dove il rapporto di due entità
entrano in un gioco dinamico che reciprocamente li consuma, perchè proprio in
quel contatto creano uno spazio di condivisione che li rimescola e li rende
indistinti.
Per l’uomo esistono dei confini esterni dettati e specificati dalla pelle, il diaframma
che connette il nostro corpo con il mondo. Me esistono anche dei confini interni,
che risultano molto più difficili da mettere a fuoco e da identificare. Infatti risulta
complicato per chiunque stabilire chi e cosa si è, perchè è cosa assai complessa
definire sino a che punto arriva la consapevolezza del confine del proprio modo di
pensare.
Spesso questo processo viene svolto esclusivamente a livello inconscio, ossia non
c’è la possibilità di una descrizione linguistica, quindi razionale, che raggiunga una
formalizzazione, una categorizzazione soddisfacente del significato e quindi dei
contorni precisi di quell’entità che abbiamo genericamente nominalizzato ed
identificato con il termine di coscienza.
I saggi vedono i contorni e perciò li tracciano” disse molto tempo fa William Blake
e, tranne che per il chiaroscuro – che è anch’esso composto di differenze – non vi è
nulla all’interno dei contorni se non l’identità, che è diversa dalla differenza.
La nostra identità, alla fine, deriva dalla coscienza che siamo fatti da un qualcosa
che noi costantemente ci ripetiamo che sia, cioè noi siamo quello che pensiamo di
essere. Questa è una formula descrittiva che definisce la nostra identità psicologica
che deriva necessariamente dalla nostra esperienza.
Ma questa descrizione vive uno scollamento lacerante tra ciò che realmente noi
facciamo e viviamo e quello che, invece, pensiamo di essere, di fare e vivere. Lo
scollamento tra ciò che siamo effettivamente (ammesso che si possa veramente
raggiungere questo grado di discriminazione) e quello che descriviamo di essere,
quello che pensiamo di noi stessi, permette lo sviluppo dell’arte della relazione di
aiuto. è all’interno di questa dimensione che sorge quella capacità terapeutica che
permette di poter far emergere le risorse e le potenzialità delle persone che sono in
una situazione di difficoltà rispetto a questa azione descrittiva tra quello che crede
di essere e quello che effettivamente è: ossia nei momenti in cui si presentano dei
problemi di identità rispetto a se stessi e/o agli altri.
In sostanza il problema di identità sorge perchè la mappa rappresentativa che
l’individuo sta utilizzando non è più funzionale rispetto al territorio che sta
praticando.
Per esempio, se incontriamo un paziente cronologicamente adulto che afferma di
non possedere ancora l’idea di una sua identità è possibile ipotizzare che tale
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persona sia ancora psicologicamente in un’età adolescenziale perchè non ha
ancora fissato quelle differenze che possono creare quei contorni che delimitano e
definiscono una identità: continua cioè a creare differenze e vive queste differenze
senza alcuna stabilità spazio-temporale (sono i soggetti che vengono definiti come
incoerenti, incostanti).
Le terre di confine della terapia.
Come la costa di un continente la terapia la possiamo definire come la regione di
confine tra il mondo acquatico e il mondo delle terre emerse. In questo spazio c’è
solo relazione, non vi è un dominatore, ne un oggetto assoluto: ad ogni livello la
costa deve mantenere questa sua proprietà di zona di confine. Le differenze tra le
persone non rappresentano modi diversi di trattare la stessa realtà oggettiva, ma
domini cognitivi legittimamente differenti: uomini diversi culturalmente vivono in
realtà cognitive diverse che sono ricorsivamente specificate attraverso il loro
vivere in esse.
Questo concetto viene magnificamente sviluppato in seguito dai due biologi cileni
Maturana e Varela con l’assunto che ogni sistema vivente si adatta al mondo
attraverso un atto cognitivo che accoppia strutturalmente il sistema biologico al
sistema mondo. Quindi, la terra di confine, il diaframma che connette il mondo al
soggetto è costituito sempre e solo dalla relazione tra i due attori che compongono
la simbiosi biologica.
L’atto di conoscenza non è compiuto per definire una oggettività presunta del
mondo reale, ma è un’azione che assume il ruolo e il carattere di processo
attraverso il quale il sistema biologico si adatta e apprende e, quindi, si differenzia
e si identifica rispetto al mondo.
Questo processo avviene attraverso la creazione di una mappa che rappresenta
un territorio specifico, e tale mappa è il risultato della storia ontogenetica e
filogenetica del soggetto, ma interviene, nella stessa misura e peso, anche la
cultura, l’appartenenza ad un credo religioso, filosofico o empirico-scientifico di cui
l’individuo è parte integrante.
Ecco allora spiegata l’affermazione che le differenze tra persone non sono la
conseguenza di modalità differenti di trattare la stessa realtà oggettiva, ma sono
piuttosto la derivata di una mappa diversa che è il prodotto dell’esperienza
empirica, della cultura e della religione di appartenenza.
Filosoficamente questo concetto è stato espresso molto bene dal pensatore
francese Edgar Morin il quale sintetizza come segue: “Io dico di essere, formulo
cioè la mia identità, che mi fa dire di essere quello che penso di essere, mi fa agire
quello che sono convinto di essere e questo agire convinto di essere mi fa pensare
di essere quello che dico di essere”.
è un perfetto ciclo ricorsivo autoalimentante dove l’inizio del processo diventa
anche la fine dello stesso ciclo: l’affermazione linguistica, il pensiero di come sono
(l’inizio del ciclo) mi fa agire secondo questa convinzione e l’agire in questo modo
è ció che permette l’insorgere del pensiero di quello che sono, cioè la mia
convinzione di ció che sono (la fine del periodo che però diventa anche l’inizio
dello stesso ciclo).
Rappresentativamente questo ciclo non si può ridurre ad un semplice cerchio, ma
può essere egregiamente raffigurato dalla spirale che ha sì un movimento circolare
ma che non ritorna esattamente allo stesso punto iniziale perchè il suo sviluppo è
tridimensionale in quanto si sposta leggermente, ma progressivamente dal piano
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di rotazione iniziale.
In questo modo il pensiero che mi fa agire, e nel contempo si conferma, concretizza
un’esperienza che a sua volta fa emergere il pensiero di quello che sono: questo
ritorno all’origine del pensiero, però, non è esattamente identico al precedente,
esiste una piccola differenza determinata dal vissuto empirico, o culturale in
genere, che modifica lievemente la convinzione iniziale.
Questo processo iterato e continuo porta alla genesi e alla conferma di quello che
sono, ma in questa definizione identitaria si innesta uno progressivo sviluppo che
porta ogni individuo ad essere inesorabilmente diverso in ogni presente che
conclude il contiguo precedente passato esperienziale appena trascorso. è il
processo metamorfico e di maturazione della vita che ci porta a differenziarci
rispetto al mondo e rispetto a come si era l’attimo esperienziale che abbiamo
appena vissuto.
Quando una persona vive un evento conflittuale è all’interno del processo
identitario che si verifica un inghippo, e tale malfunzionamento porta ad una
costruzione di una mappa che non è più funzionale al territorio che il paziente sta
praticando. La panne può localizzarsi in qualsiasi punto della spirale identitaria:
nel pensiero che io ho di me stesso; nell’azione e nel comportamento di quello che
sono convinto di essere; nel pensiero che ne deriva dal mio comportarmi in un
certo modo e che non collima più con quello che sono o pensavo di essere.
Abbiamo detto che la terapia consiste nel cambio della mappa di quel territorio che
rende la relazione con il mondo conflittuale in quel determinato frangete. Ebbene,
la mappa può essere riscritta rendendo consapevole il paziente dove si localizza
l’alterazione del processo identitario: un autodialogo interno negativo rispetto a
quella situazione o evento; il comportamento e l’azione che non trovano una
congruenza con il pensiero che li dovrebbe motivare; il comportamento e l’agire
non confermano o addirittura contraddicono il pensiero originario di come si
pensava di essere.
Il Controllo invece della Partecipazione
Figlia: Che intendi dicendo che una conversazione ha dei contorni? Questa
conversazione ha avuto un contorno?
Padre: Oh si, sicuramente. Ma non possiamo vederlo perchè la conversazione non
è ancora finita. Non puoi mai vederlo mentre sei all’interno, perchè se potessi
vederlo, tu saresti prevedibile, come una macchina. E io sarei prevedibile, e noi
due assieme saremmo prevedibili.
Dire che la conversazione ‘ha un contorno’ significa dire che ha la coerenza di un
sistema organizzativamente chiuso. Il processo comunicativo acquisisce una
‘chiusura’ che implica la specificazione di un ‘limite’ o ‘contorno’ che distingue il
contenuto e il contesto della conversazione da tutte le altre conversazioni. Nel far
ciò i partecipanti si collocano all”interno’ di questo contorno, separati dai nonpartecipanti
alla specifica rete di conversazione. Intendo definire una tale
situazione come ‘chiusura comunicativa’. Uno dei problemi della chiusura
comunicativa è che, quando arriva troppo presto o troppo perentoriamente, essa
porta a una conclusione scontata della creatività dei partecipanti. Il loro
potenziale congiunto per la creazione di novità, viene bloccato.
Il ‘contorno di conversazione’ a cui Bateson si riferisce nel brano citato, è un tratto
essenziale (o un indicatore) del tipo di conversazione che si sta svolgendo. In un
impegno aperto e dinamico tra le persone è impossibile percepire i contorni perchè
essi sono generati momento per momento dalle interazioni tra i partecipanti.
Invece, in una conversazione chiusa e prevenuta, mirata al controllo intenzionale
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(delle persone e dei risultati), i contorni sembrano tutti troppo chiari e prevedibili,
come una costrittiva e opprimente presenza canalizzante che esclude il contributo
‘personale’.
Essere in relazione con qualcuno o qualcosa definisce un’esperienza in atto,
mentre dire che tipo di relazione si ha con qualcuno o qualcosa è una descrizione
di un’esperienza che è stata vissuta e non c’è più, perchè è terminata: la relazione
è possibile descriverla e comunicarla quando è finita.
Essere prevedibile e meccanico anziché essere spontaneo
e capace di improvvisare
Essere manipolativo opposto ad essere presente e socialmente autentico
Figlia: ma non capisco. Dici che è importante essere chiari sulle cose. E ti arrabbi
con le persone che confondono i contorni. E inoltre pensiamo che sia meglio essere
imprevedibili, e non come le macchine. E dici che non possiamo vedere i contorni
della nostra conversazione sino a che non sia finita. Allora non ha importanza se
siamo chiari o no. Perchè non possiamo fare nulla a riguardo?
Padre: Si, lo so, e io stesso non lo capisco…. Ma, in ogni caso, chi è che ha voglia
di fare qualcosa a riguardo?
Più è opprimente la presenza di un contorno predeterminato nella conversazione,
più la conversazione tende a controllare e a prevedere le persone e gli eventi.
Questo si osserva spesso nelle discussioni basate sulla recriminazione e l’
attribuzione di colpe. E’ la forma comunicativa che ricorre più spesso in parecchie
aziende commerciali. D’altro canto, in assenza di un contorno definito e in
presenza di esortazione ad una partecipazione attiva, notiamo l’emergere di un
alto livello di improvvisazione genuina e spontanea in chi partecipa alla
conversazione. Ciò si può vedere nelle organizzazioni che spingono all’incremento
della ‘democraticità’ e della ‘partecipazione’ in maniera appropriata.
Quest’ultimo commento di Bateson esprime uno dei valori più significativi del suo
punto di vista, il valore di essere presenti e disponibili con gli altri, nelle
interazioni comunicative aperte, curando, quindi, l’elaborazione di una autentica
relazionalità sociale, invece di assumere una posizione unilaterale e manipolativa
verso gli altri.
Bateson afferma che la struttura del carattere costituisce l’epistemologia personale
di ciascuno. Questo non solo è, dal punto di vista clinico, il più interessante tra i
significati attribuiti da Bateson al termine «epistemologia», ma è anche quello
che ci dice di più sul suo progetto complessivo, poiché ci indica «la via non
percorsa» del pensiero di Bateson.
Nella storia naturale dell’essere umano, ontologia ed epistemologia non possono
essere separate. Le sue convinzioni (di solito inconsce) sul mondo che lo circonda
(cioè, le sue premesse ontologiche) determineranno il suo modo di vederlo (cioè, le
sue premesse epistemologiche) e di agirvi, e questo suo modo di percepire e di
agire (cioè le sue premesse epistemologiche) determinerà le sue convinzioni sulla
natura del mondo (cioè, le sue premesse ontologiche).
L’ontologia, egli afferma, ha a che vedere con «i problemi di come sono le cose, che
cos’è una persona e che genere di mondo è questo». Si tratta di una definizione
informale ma adeguata di ontologia, mentre la sua definizione di epistemologia è
di tutt’altro tipo. Bateson infatti sostiene che quest’ultima riguarda il problema di
«come noi conosciamo che genere di mondo è questo e che genere di creature siamo
noi che possiamo conoscere qualcosa (o forse niente) di tali questioni.
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Bateson riteneva che la patologia umana fosse sostanzialmente basata su errori
epistemologici, ad esempio, (a) la fiducia nell’obiettività, (b) l’intraprendere
azioni che ignorano la circolarità di un sistema e (c) il tentativo di controllare una
parte del sistema a cui apparteniamo (ad es., l’ecologia locale, la nostra rete di
amicizie, la nostra famiglia e perfino noi stessi).
Bateson era particolarmente infastidito dall’uso del potere. Egli insisteva nel dire
che l’uso del potere per imporre il controllo rappresentava una forma
particolarmente pericolosa e antiecologica di «follia epistemologica»: «Non esiste
campo in cui le false premesse sulla natura del sé e del suo rapporto con gli altri
possano produrre con più certezza distruzione ed orrore di quello delle idee sul
controllo». Non viviamo in un universo in cui il semplice controllo unidirezionale
sia possibile. La vita non è fatta così.
L’uomo vive nella costante illusione o necessità di poter controllare direttamente in
prima persona le cose che gli accadono, non solo quelle che interessano il mondo
esterno, ma anche quelle inerenti il proprio mondo interiore. Per esempio durante
la trance, molti individui manifestano la loro paura di vivere determinati stati mentali
perchè sentono di non avere tutto sotto controllo e tanto più ricercano tale controllo
tanto più la paura di andare in trance cresce.
Ma il più grande tentativo di controllo che l’uomo esercita è quando attribuisce un
nome alle cose. La nominalizzazione delle cose fornisce tantissime opportunità,
ma presenta anche qualche limite.
Il fatto di dare un nome ad una cosa, l’apparentemente semplice operazione
linguistica di denominare un oggetto lo porta immediatamente in vita, gli fornisce
un’esistenza reale che nel senso comune viene confuso con un’oggettività della
cosa stessa. La denominazione, attraverso questo suo potere di rendere reale e
oggettiva ogni cosa, comporta un misconosciuto equivoco nel mondo
intersoggettivo della condivisione: fa supporre che esista un’unica realtà, in quanto
se una cosa esiste oggettivamente, è logico dedurre che la mia realtà coincide con
la tua e quella di chiunque altro.
L’accettazione di questa monolitica equazione lineare della realtà porta con sé dei
risvolti al quanto pericolosi e inquietanti. Se la realtà è quella, uguale per tutti
perchè oggettiva, non può esistere una diversità di pensiero. Se all’interno di una
comunità culturale, religiosa o scientifica che sia, si accredita come vero un simile
presupposto il pensiero comune può e deve essere l’unico pensiero, ed ogni voce
fuori dal coro è intesa come una devianza, una malattia, una diversità che non
rispetta l’oggettività della realtà che è comune e accettata da tutti.
Bateson riteneva che la patologia umana fosse sostanzialmente basata su errori
epistemologici e il più clamoroso è proprio quello di concedere una totale fiducia
nell’obiettività.
Altri errori epistemologici risiedono nella cospicua fiducia nell’intraprendere azioni
che ignorano la circolarità e ricorsività di un sistema (vedi il caso del passeggero
che non capisce la preoccupazione del suo vicino sulla sicurezza del volo: anche
se l’aereo cade non è mica tuo! Di che ti preoccupi!).
Altro errore epistemologico è il tentativo di controllare una porzione del sistema di
cui siamo parte integrante, e in questo insieme ecologico, Bateson, non mette solo
gli amici, i familiari, ma anche se stessi, cioè il presunto controllo che cerchiamo di
esercitare su noi stessi.
Il controllo che la parola pretende di esercitare sulle cose, e quindi che l’uomo
vorrebbe avere sugli oggetti del mondo presunto oggettivo, è solo una
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approssimazione, anzi è un’illusione fondata su un errore epistemologico come
dice Bateson.
In ogni caso questa approssimazione della gestione della realtà non può avvenire
mediante il controllo ma ben sì attraverso una partecipazione con il mondo dove la
relazione connette un soggetto a un oggetto in un mutuo coinvolgimento. Esiste un
flusso perturbativo bidirezionale che costantemente va dal soggetto all’oggetto e
viceversa. Non siamo, cioè, in presenza di un sistema lineare e univoco, ossia di
un attore che controlla unidirezionalmente il flusso informativo che dall’oggetto va
al soggetto.
La relazione è una mutua condivisione dello spazio-tempo che viene ad emergere
nel momento stesso in cui si verifica l’accoppiamento strutturale tra il soggetto e
l’oggetto di conoscenza.
Quando ci confrontiamo senza successo con alcuni aspetti del nostro mondo,
cominciamo a renderci conto del fatto che A non causa unilateralmente B. Bateson
si divertì a descrivere le difficoltà di Alice nel Paese delle Meraviglie di L. Carroll,
quando cerca di giocare a croquet usando un fenicottero come mazza ed un
porcospino come palla.
Il fenicottero (la mazza), brandito per le zampe in modo da colpire con la testa un
grosso insettivoro (la palla), non è disposto ad accettare questo destino e continua
a muovere la testa per evitare una simile onta.
Analogamente, il porcospino (la palla) non vedendo di buon occhio di essere
colpito da quell’uccello dalle lunghe zampe, alternativamente si dà alla fuga o si
avvolge su se stesso trasformandosi in una pericolosa palla di spine (il che
naturalmente non fa che aumentare la determinazione del fenicottero a
contorcersi per evitare di essere trafitto).
Ovviamente, Alice incontra grosse difficoltà ad usare il fenicottero e il porcospino
in modo da «causare» il passaggio della palla attraverso le porte. Durante il gioco
ella non riesce granché a sperimentare di essere in grado di «causare» degli
eventi.
Un uomo voleva sapere cos’è la mente, ma non nella natura, quanto nel suo
personale, grosso computer. Così gli chiese (nel suo miglior linguaggio di
programmazione, naturalmente): “Tu calcoli che sarai mai come un essere
umano?”. La macchina si mise subito al lavoro, analizzando la propria struttura
intrinseca. Alla fine, come è costume di queste macchine, stampò la risposta su
una striscia di carta. L’uomo si precipitò a prenderla e trovò, nero su bianco, le
parole: questo mi ricorda una storia.
F. V. Foerster ha brillantemente riassunto questa condizione della comunicazione
umana in un semplice concetto secondo il quale tutti quanti noi ci raccontiamo
delle incredibili, sofisticate, importantissime storie su di noi, sugli altri, sulla
scienza, sulla conoscenza e sul mondo in genere. Possiamo anche appassionarci
pure a queste storie, ed è anche un bene che sia così, ma non è possibile pensare
e tanto meno convincersi che quelle storie siano vere, se non contestualmente
parlando: questa è la vera libertà mentale.
Le storie che gli uomini si raccontano sono la rappresentazione della loro vita.
Cambiare la storia significa cambiare la vita che si vive, perchè ogni esperienza ha
una storia e viceversa. Se cambio la storia di quella esperienza, cambia anche il
significato dell’esperienza medesima.
Il principio cardine della psicoterapia è basato proprio sulla consapevolezza che
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ogni storia che il paziente racconta è un frammento della sua vita e per innescare il
cambiamento di una qualsiasi situazione conflittuale è necessario che il soggetto
autonomamente trasformi quella storia – la mappa che rappresenta il territorio
vissuto conflittualmente – in una storia più funzionale e adeguante, cioè con una
mappa aggiornata al territorio che sta praticando.
Essere nessuno: Sapere Qualcosa e Ogni cosa
Nessuno può sapere tutto
Nessuna versione dei fatti può essere completa
Nessuna realizzazione della realtà può essere la versione finale del divenire umani
Qualsiasi conoscenza attuale nel futuro può diventerà irrilevante
Qualsiasi cosa ora utile potrà diventare ridondante
Qualsiasi cosa che ora sembra definitiva si rivelerà essere incompleta
Ogni cosa di cui veniamo a conoscenza non potrà mai esaurire il dominio
dell’ignoto
Ogni cosa che pensiamo di sapere serve solo ad oscurare la nostra ignoranza
Ogni cosa che scegliamo di credere necessariamente nega realtà alternative
Vincent Kenny
‘Il punto è che, anche prima della moderna tecnologia, bisognava fare qualcosa a
proposito dell’innata separazione tra la consapevolezza ed il resto della mente,
perchè la consapevolezza senza aiuto avrebbe sempre rovinato le relazioni umane.
Perchè la consapevolezza senza aiuto deve sempre combinare la saggezza della
colomba con l’essere innocuo del serpente.
Ed io vi dirò cosa hanno fatto nell’antica Età della Pietra per affrontare quella
separazione. Hanno fatto la religione. È così semplice, e la religione è tutto ciò che
hanno escogitato per far entrare dentro l’uomo il fatto che la maggior parte di lui
(ed, analogamente, la maggior parte della sua società e dell’ecosistema attorno a
lui) era di natura sistemica ed impercettibile alla sua consapevolezza.
Questo comprendeva sogni e stati di trance, intossicazioni, castrazione, rituali,
sacrifici umani, miti di qualsiasi tipo, invocazioni di morte, arte, poesia, musica e
così via. Ed ovviamente, essi non dicevano chiaramente cosa facevano, né
potevano dirlo. Non sapevano cosa facevano, né il perchè cioè lo facevano. E,
spesso, non funzionava.

Intervento del Dr. Marco Chisotti a cura di Claudio Gnata.


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