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Le radici del cambiamento: utile e vero nel mondo …

Le radici del cambiamento: utile e vero nel mondo e nel linguaggiare.
Marco Chisotti.
“Se non c’è l’altro, non c’è nessun io. Se non c’è nessun io, non ci sarà nessuno a fare distinzioni”. Chuang-tsu, IV sec. a. C.
“Dal punto di vista costruttivista la conoscenza non riguarda ciò che può o non può esistere, ma si concentra su quanto si è dimostrato utile. Invece di parlare di verità, intesa come la parte della conoscenza che rispecchia la realtà, i costruttivisti parlano di functionalfit (adattamento funzionale)” von Glasersfeld.

Nel processo di identificazione si assiste ad una ricerca continua da parte dell’individuo di auto affermazione, come in una rincorsa totale, un continuo affermarsi ed essere il primo, l’unico, il migliore.
Nel mondo dell’apparenza non c’è spazio per chi non è il primo, per chi non si presenta in prima fila, come non c’è spazio per nessuno di quelli che desiderano solo osservare, contemplare, guardare prima di agire.
Formatori, coach, esperti, tutti fanno a gara per presentarsi al meglio, e darti l’idea che sono gli unici a poterti portare in cima alla vetta, al tuo cambiamento.
Il linguaggio, strumento di comunicazione, si presenta spesso come una raccolta di parole esaltanti, come perfezione, magnificenza, eccellenza, tutti concetti che riempiono la bocca di chi vuole mettere il mondo sotto di sé.
Ascoltando queste persone emerge il loro bisogno di primeggiare su tutto e su tutti, a partire dalle parole che usano, le espressioni, le congiunzioni, gli aggettivi, ogni atto comunicativo è come il tentativo continuo di dominare persone e situazioni.
Ricordo che un tempo si parlava della comunicazione assertiva, nel tentativo di insegnare alle persone a cambiare modo di comunicare, a rendersi chiari, si insegnava loro a dominare gli altri, un’escalation di comportamenti, intenzioni, senza limite, un continuo primeggiare, essere al meglio, una rincorsa per salire sempre più in alto.
Viviamo un Mito forzato, continuo, nel cinema, nel teatro, ogni rappresentazione é mitica, ogni momento della vita viene rappresentato dalla televisione, dai giornali, come sensazionale, ogni cosa deve fare notizia, viviamo in una continua esaltazione, una continua allucinazione, i nostri sensi sono costantemente stimolati, i nostri pensieri esaltati, il cambiamento é un “must”.

Tradotta dal greco Mithos (mito) indica una parola, un discorso, una narrazione, l’esposizione di un’idea o un insegnamento sotto forma allegorica o poetica, porta con sé l’idea di fantastico, di sacro, nell’evoluzione dell’umanità il mito rappresenta la tappa che possiamo identificare come la fase finale di una crescita, o la modalità di controllo degli istinti primari.
Il mito lo si può vedere nel tentativo dell’individuo di primeggiare, dominare gli altri, ponendosi sopra ogni cosa, giustificando il gesto con la propria visione mitica del mondo.
Dalle azioni simboliche, le azioni che trasportano un significato, una comunicazione, si passa ai gesti ritualizzati; dal disordine, nel quale ci si trova confusi, si va verso un ordine considerato come sacro, con l’intento di scoprire il vero, l’autentico. Poco alla volta si disvelano i propri miti, una conoscenza che si distacca da tutto il resto per descrivere quello che é il nostro sogno, il nostro cambiamento.
Mi sembra di cogliere il paradosso di tutto questo, da un lato l’individuo che esalta il suo mondo ed il suo io, dall’altra una società che spinge a controllare, gestire, attraverso il linguaggio, la comunicazione ed ogni singola esperienza, tutti i momenti della nostra vita.
Individuo e società, si contrappongono l’uno contro l’altra, come se entrambe volessero dominarsi per dominare ogni cosa, due estremi di un realismo che alimenta i nostri credo, le nostre convinzioni.
Il Costruttivismo radicale nega due dei presupposti del realismo, l’esistenza e l’indipendenza di una “realtà” esterna stabile, per il costruttivismo la costruzione del significato è un processo prevalentemente individuale. L’individuo, nella sua esperienza, si comporta in modo individualista, esaltando la sua indipendenza, tentando di dominare il mondo.
Sul fronte sociale, al contrario, Costruzionismo sociale, si esalta la costruzione del significato, come un processo collettivo, linguistico, culturale, la conoscenza è dunque frutto di una costruzione condivisa da diversi soggetti, appartenenti alla medesima comunità culturale, che interagiscono tra loro, attraverso il linguaggio, “tutti i sistemi umani sono sistemi linguistici”.
Attraverso il linguaggio, la parola, il Meme, quella minima porzione di linguaggio che ci guida, ci orienta, ci rende forti, ci fa decidere, la vita e la conoscenza si impongono su ognuno di noi, e lo fanno attraverso una consapevolezza, Mindfulness, un sottile modo di guidarci, di condizionarci, facendoci perdere il “senso comune condiviso della vita”, alimentando il nostro narcisismo attraverso l’onnipotente credo individualista.
Non esiste un osservazione “neutra”, i termini e i concetti, teorici ed empirici, sono “artefatti sociali”, i presupposti ritenuti evidenti hanno un origine storica e socio-culturale, non esistono “verità assolute” ma solo “verità” relative, si assiste in tal modo a una sostituzione della nozione teoretica di verità con quella pragmatica di retorica, si vive in tal modo un’idea pragmatica del reale, la vita è così un continuo parlare, comunicare, un “Linguaggiare”.
Linguaggiare serve, tra le altre cose, ad orientare, nel senso di dirigere l’attenzione e di conseguenza l’esperienza individuale degli altri, che è un modo per incrementare lo sviluppo di “dominii consensuali” come ci suggerisce Maturana, che, a loro volta, sono i prerequisiti per lo sviluppo del linguaggio.

Le forme linguistiche negoziate di “comprensione” sono connesse a “forme di vita” come dice Wittgenstein, sono le descrizioni e le spiegazioni, scientifiche e non scientifiche, sono forme di azioni sociali, un fare le cose con le parole, “dire è fare” ci ricorda Austin.
Si assiste a un dominio della dimensione pragmatica, propria del funzionalismo, “Basta che funzioni!”, si vive nella impossibilità di fondare una teoria, un metodo “vero”, e la verità diviene un prodotto culturale storicamente contingente.
Credo che ogni singolo individuo si debba confrontare con gli altri, il risultato che emerge è che viene presentata una forma di utilità con la quale vivere, l'”utile” collettivo prende evolutivamente il posto del “vero”.
Si può vedere come sia per l’individuo che per il gruppo di riferimento, ogni singola esperienza, dal punto di vista pragmatico, finisce col diventare un’esperienza “utile” ed il concetto di “vero” passa in secondo piano, lasciando spazio all’adattamento funzionale, quel concetto che il costruttivismo chiama “viabile”.
È sul concetto di “viabile” che ci si deve confrontare, la vita, per come la conosciamo, é una forma intelligente di adattamento, si nutre di esperienze utili alla vita stessa, il concetto di vero é una forzatura, un bisogno singolo elevato a bisogno collettivo.
La cognizione non è un mezzo per acquisire la conoscenza di una realtà oggettiva, ma serve all’organismo attivo per il suo adattamento al suo mondo esperienziale, l’efficacia operazionale corrisponde, nella visione costruttivista, al concetto di “viabilità”‘ e coincide nella storia della filosofia allo slogan lanciato dai pragmatisti all’inizio del secolo: “Vero è ciò che funziona”.
Il vivere non ha esistenza senza l’attività di distinzione di qualcuno, proprio come disse Vico, primo pensatore costruttivista, il soggetto cognitivo può conoscere solo fatti, e i fatti sono elementi fatti, dal latino: facere, dal soggetto stesso, noi esistiamo perché ci distinguiamo, perché ci pensiamo e pensiamo al mondo attorno a noi come frutto delle nostre distinzioni.
“Se accettiamo che ciò che distinguiamo dipende da ciò che facciamo, come fa la fisica moderna, noi operiamo sotto l’assunto implicito che, come osservatori, siamo dotati di razionalità, e che ciò non può nè ha bisogno di essere spiegato. Allora, se riflettiamo sulle nostre esperienze come osservatori, scopriamo che la nostra esperienza è che troviamo noi stessi osservanti, parlanti, o agenti, e che qualsiasi spiegazione o descrizione di ciò che facciamo è secondaria alla nostra esperienza di trovare noi stessi nel fare ciò che facciamo” Maturana.
Così il vero, il linguaggiare, ogni concetto, idea, Meme, sono frutto di un fare distinzioni di distinzioni, e questo é Utile e Viabile per la vita.